Kenneth Branagh a cominciato a fare cinema adesso? Assassinio sul Nilo e Belfast. Il secondo nominato a sette Premi Oscar, inclusi miglior film e regia, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021, nella sezione Alice nella città. Sono trascorsi i tempi di As You Like It (2006), Sleuth (2007), Cenerentola (2015). Ora Branagh mette in quadro, non più semplicemente in scena. Usa Umma Mackey e Caitriona Balfe, rende l’immagine lussureggiante ma sa cosa farne. In Belfast ha il buon gusto l’intelligenza di andare troppo per le lunghe, di non accumulare i finali e di far ricordare agli smemorati cosa sia una regia cinematografica in tempi di racconti iper dilatati che non hanno nulla da dire.
Belfast qualcosa da dire ce l’ha e non si limita solo a quello. Fa il ritratto del tempo, costruisce le scene tagliando le angolature e ricostruendo le sue memorie in modo anti calligrafico. Nella prima e nell’ultima parte s’inventa anche un simil western. In mezzo c’è l’amarcord operistico, con il direttore della fotografia che si sforza di non far apparire piatta la luce impressionata sui luoghi, le strade e i palazzi e i volti. Racconta il carattere vagamente rude e semplice del giovane padre di famiglia (Jamie Dornan, le signore lo ricordano per “Cinquanta sfumature”) e lo stile alto borghese ultra chic della madre (Caitriona Balfe, vero fascino di donna per cui perdere la testa). In mezzo il figlio esuberante e curioso, che ha preso la bellezza da entrambi.
Sullo sfondo ci sono i nonni impersonati da Ciaran Hinds e Judi Dench, pronti a fare da memoria storica. Senz’altro da affermare che le proprie immagini scarne, Branagh fa cinema in silenzio e stupisce per la capacità di composizione. Aveva mai fatto cinema così? Girare in bianco e nero oggi è un rischio arty, si rischia di fare malinconia spiccia. Forse Belfast di Branagh aspira ad essere un luogo di cinema e alibi sepolti per il suo autore in cerca di nuove fortune estetiche.